C’è una frase che mi fa sorridere. E subito dopo mi fa venire voglia di rovesciare il tavolo.
«Che bello vedere una donna così accanto a un uomo come te.»
Sembra un complimento. In realtà è una carezza data con il guanto di lattice: pulita, educata, quasi affettuosa. Eppure dentro contiene un’idea precisa. Che un uomo con una disabilità debba essere felice per concessione. Che l’amore, il desiderio, una donna bella che ti guarda con gli occhi giusti siano una medaglia assegnata dalla giuria della bontà.
No, grazie.
A me non serve una medaglia. Non ho mai chiesto il permesso di piacere.
L’altro giorno ho fatto gli auguri pubblici a Nelly. Ho scritto quello che penso: che è bellissima, che è femminile, che mi piace da morire e che averla accanto non mi rende più completo. Mi rende semplicemente molto felice.
In molte persone quel post ha acceso tenerezza. In altre, curiosità. In qualcuna, lo so bene, anche un piccolo disagio. Non perché io abbia scritto chissà cosa. Ma perché, per una parte del mondo, ci sono immagini che continuano a disturbare: un uomo con tetraparesi spastica, corpo tatuato, muscoli costruiti in anni di lavoro, look che non chiede scusa di farsi notare; una donna bella e sexy, più giovane, libera, affettuosa, che non posa da infermiera né da santa.
E allora mettiamo subito le cose al loro posto.
Nelly non è la prova che io valgo. Non è il premio per la mia tenacia, il bonus riservato al disabile simpatico, la medaglia d’oro per l’uomo che ha sofferto abbastanza da meritarsi il bacio di una bella donna. Nelly è una donna. Io sono un uomo. Ci piacciamo, ci scegliamo, ci sopportiamo e, qualche volta, ci mandiamo anche volentieri a quel paese.
Questa, per molti, è ancora una notizia.
La pietà più elegante è quella che ti immagina senza desiderio.
La pietà non porta sempre il fazzoletto. A volte porta un sorriso e dice: «Bravo, sei un esempio». Altre volte ti mette su un piedistallo, purché tu resti fermo, composto e possibilmente innocuo.
Puoi essere coraggioso. Puoi essere intelligente. Puoi essere sportivo. Puoi perfino diventare un campione del mondo, scrivere libri, fare l’avvocato, parlare in pubblico, discutere di politica, riempirti la pelle di tatuaggi e vestirti come vuoi.
Ma desiderare? Essere desiderato? Mettere in crisi l’idea rassicurante che qualcuno ha di te?
Ecco, lì improvvisamente diventi scomodo.
Perché la disabilità, nell’immaginario più pigro, è tollerabile finché resta composta, grata e possibilmente senza appetito. Senza appetito per il corpo, per il piacere, per la bellezza, per il lusso di piacersi e di piacere. È una disabilità da cartolina: ordinata, edificante, senza ombre e senza carne.
Io quel copione l’ho strappato molti anni fa.
Non per fare il rivoluzionario. Non per dimostrare qualcosa a chiunque. Semplicemente perché una vita in cui gli altri decidono quanto devi desiderare è una vita in affitto. E io di affitti ne ho abbastanza anche senza dover pagare il canone alla morale altrui.
Il mio corpo non è stato un incidente. È diventato una scelta.
La tetraparesi spastica non è una parola elegante da mettere in fondo a una biografia. È una bestia concreta: ti obbliga a negoziare ogni giorno con movimenti, posizioni, equilibri, stanchezza e sguardi. Non ha reso facile il mio rapporto con il corpo. Ha reso inevitabile costruirlo.
Molti, al mio posto, avrebbero lasciato perdere. E nessuno avrebbe avuto il diritto di giudicarli. Io no. Io ho deciso che quel corpo non sarebbe rimasto soltanto il luogo in cui la diagnosi si fa vedere per prima.
L’ho allenato. L’ho curato. L’ho riempito di segni che mi appartengono. Ho lavorato sui muscoli, sul modo di vestirmi, sulle scarpe, sui dettagli, sulla presenza. Non per sembrare normale – parola che spesso serve solo a far sentire normale chi la pronuncia – ma per diventare sempre più riconoscibile.
Non sono diventato una statua greca. Non ne avrei neppure voglia: le statue non parlano, non ridono, non provocano e non fanno impazzire nessuno. Sono diventato Pier. Che è molto meglio e molto più complicato.
Chi mi guarda vede prima i tatuaggi, le braccia, il fisico, una salopette bianca portata senza maglietta, un paio di Adidas pulite, magari un sorriso storto. Poi vede il modo in cui mi muovo. Bene. È così che funziona il mondo: gli occhi arrivano prima dei ragionamenti.
La differenza è che io non nascondo nulla e non lascio che siano quegli occhi a decidere chi sono. La disabilità non è il mio biglietto da visita. È un vestito che porto diversamente dagli altri. Sotto, per fortuna, c’è parecchia roba.
Non ringraziatemi per avere una donna. E non chiedetele perché sta con me.
C’è una domanda che quasi nessuno fa ad alta voce, ma che molti pensano: «Perché una donna così sta con lui?»
La risposta è banale e per questo insopportabile: perché le piaccio.
Le piaccio con la mia ironia, con il mio carattere, con le mie manie, con il modo in cui mi vesto, con il corpo che ho costruito, con il cervello che non sta mai zitto. Le piaccio anche quando sono insopportabile. Soprattutto quando sono insopportabile, probabilmente: io sono un rompiscatole professionista, e Nelly ha un gusto per le sfide che meriterebbe un riconoscimento nazionale.
Ma non c’è nulla di eroico in questo. E non c’è nulla da spiegare.
Non ringrazio Nelly per stare con me. La amo, la desidero e la scelgo. Lei fa esattamente lo stesso. Questa è una relazione, non un progetto di inclusione.
E non c’è neppure una categoria di donne che debba dimostrare di essere abbastanza coraggiosa per desiderare un uomo disabile. Le donne non devono fare beneficenza sentimentale. Devono essere libere di scegliere chi le attrae, chi le diverte, chi le fa sentire vive. Come tutti.
La parola “normodotata”, quando viene usata come se fosse un diploma in materia di sesso e amore, mi fa quasi sorridere. Non è un titolo nobiliare. Non è un lasciapassare. E non trasforma una donna in un premio da esibire accanto a un uomo “diverso”.
Il problema non è che Nelly non abbia una disabilità. Il problema è che troppa gente ritiene ancora eccezionale che una donna senza disabilità possa desiderare un uomo che ce l’ha. Il problema è sempre nella loro testa, mai nel nostro letto, nella nostra casa o nelle nostre vite.
La seduzione non è una gara di addominali.
Chiariamo anche questo, prima che arrivino i professori di seduzione da tastiera.
Io non penso che si piaccia perché si hanno i muscoli. Non penso che un tatuaggio trasformi un cretino in un uomo interessante. Non penso che una giacca ben scelta salvi un’anima sciatta. E non penso che un corpo perfetto garantisca un solo minuto di desiderio vero.
Il fisico è una lingua. Lo stile è una lingua. Il modo in cui guardi una donna, parli, ascolti, la fai ridere o la fai sentire vista è una lingua ancora più importante. La seduzione comincia quando smetti di chiederti se hai il diritto di piacere e inizi a stare nel mondo senza domandare scusa della tua presenza.
Io non sono stato sedotto dalle donne perché ero il più facile da compatire. Né loro sono state attratte da me perché avevano bisogno di sentirsi buone. La pietà non eccita nessuno. La sicurezza, l’ironia, la cura, la voglia di vivere e anche una certa dose di sana arroganza, invece, possono fare parecchi danni. E meno male.
Ho avuto due matrimoni, relazioni, amori, errori, ferite e incontri che non racconterò qui. Non perché me ne vergogni, ma perché le persone non sono trofei e i ricordi non sono una bacheca da spogliatoio. Però una cosa la posso dire: non ho mai chiesto a una donna di guardarmi oltre la disabilità. Ho chiesto, semmai, di guardarmi tutto.
Tutto: la forza e le crepe, il corpo e la testa, la bocca che a volte parla troppo, l’ironia che non sempre perdona, la fame di vita che non ho mai avuto intenzione di ridurre per rendere tranquillo qualcuno.
Il vero scandalo è essere interi.
Forse è questo che crea disagio. Non la foto. Non Nelly. Non una salopette bianca senza maglietta.
Il vero scandalo è che un uomo con tetraparesi spastica possa rifiutare di essere raccontato a metà. Che non accetti soltanto il ruolo del bravo ragazzo che commuove, ma rivendichi anche il diritto di essere vanitoso, carnale, elegante, fastidioso, innamorato, desiderante e desiderato.
Qualcuno preferirebbe che dicessi: «Sono fortunato». Lo sono, certo. Tutti lo siamo quando incontriamo una persona che ci piace davvero. Ma non sono fortunato perché una donna bella sta con me. Sono fortunato perché non ho tradito me stesso aspettando che qualcuno mi desse un permesso che non gli spettava concedere.
La mia vita non è una lezione di educazione civica. Non sono il rappresentante dei disabili, dei tatuati, degli uomini maturi, degli atleti, degli avvocati o degli innamorati complicati. Parlo solo per me. Ed è già abbastanza faticoso così.
Ma se una persona con disabilità legge queste righe e pensa per un attimo: «Forse non devo rendermi piccolo per essere accettabile», allora bene. Se invece qualcuno si sente infastidito, ancora meglio. Vuol dire che quella vecchia idea – il disabile bravo, pudico, eternamente riconoscente e senza desideri – non è poi così innocente come sembrava.
Io non ho mai chiesto il permesso di piacere.
E non ho alcuna intenzione di cominciare adesso.
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