Una città non è una sciarpa

Vista della città di Grosseto e simboli dell'amore per la comunità

Quindici anni fa ero seduto in una stanza con una trentina di persone che si chiamavano tutte, più o meno, centrodestra.

 

Ero consigliere comunale di opposizione. Ero lì per capire quale idea di Grosseto il centrodestra avrebbe avuto il coraggio di mettere davanti alla città.

 

Fuori faceva freddo. Dentro, molto di meno.

Non ricordo una parola programmatica su scuole, strade, lavoro, giovani, anziani. Non ricordo uno stralcio di programma elettorale che potesse interessare qualcuno. Io, invece, ero lì per quello. 

 

Ricordo alleanze, calcoli, conti da fare e la faccia di un emissario mandato a sostenere la possibile candidatura di un uomo che, evidentemente, in quella stanza non era gradito. 

 L’uomo non venne. Mandò qualcuno al posto suo.

 

Quell’emissario si dimostrò preparato. Molto preparato. Per tre ore tenne testa a venti, venticinque persone che non volevano discutere una candidatura: volevano distruggerla prima ancora che diventasse embrione.

 

Rispondeva col fioretto, poi con la spada. Alzava la voce quando serviva. Incassava attacchi che non erano diretti a lui, ma sapeva replicare. E continuava a parlare.

 

Sembrava un ammaestratore in mezzo a una selva di tigri.

 

A un certo punto la riunione degenerò. O forse quello era il copione dall’inizio.

 

Non ricordo chi disse cosa. Ricordo però il clima: quello in cui non si cerca il migliore Primo Cittadino per una città, ma si aspetta di vedere di uscire dalla stanza con le ossa rotte chi ci provava contro il “sistema”.

 

L’emissario si alzò. Disse che, se quello era il centrodestra, avrebbe preferito cantare Bella Ciao a squarciagola e fare i girotondi con Nanni Moretti. Poi prese la porta.

 

Applausi.

 

Quella scena non mi è mai più uscita dalla testa.

 

Non perché fossi dalla parte di qualcuno in particolare, dipendeva tutto dai programmi elettorali per me. Mi è rimasta dentro perché quel giorno ho visto in faccia la bruttura e la stortura dell’antipolitica.

 

La politica è una cosa seria. È scegliere una persona e metterla alla prova davanti a una città. È discutere, litigare, perfino detestarsi. Ma poi provare a costruire qualcosa che resti anche dopo che le nostre facce sono sparite dai volantini e dai manifesti.

 

L’antipolitica è un’altra cosa.

 

L’antipolitica non vuole vincere per fare. Vuole vincere perché l’altro perda.

 

Non ama una città: la usa.

 

Usa una curva quando servono voti. Usa una sciarpa quando serve una fotografia. Usa una vittoria quando bisogna salire sul carro. E, quando quel carro non porta più dove si vuole andare, comincia a guardare le ruote sperando che si stacchino.

 

Questa non è politica. È miseria con la giacca buona.

 

È gente che confonde la città con il proprio cortile e il consenso  con il diritto di sporcare tutto. È chi applaude al massacro perché non ha argomenti; chi preferisce un nemico in ginocchio a un progetto in piedi; chi dice di amare Grosseto soltanto finché Grosseto gli restituisce qualcosa.

 

Io non voglio parlare di carte, fideiussioni, concessioni, ricorsi e lettere di avvocati. Non ne conosco il contenuto per dare sentenze e non mi interessa fingere di saperne più di chi quei documenti li ha sul tavolo.

 

Mi interessa altro.

 

Mi interessa che il Grosseto torni in Serie C e che una città intera dovrebbe esserne fiera. Mi interessa che il calcio non è soltanto novanta minuti e una classifica. È ragazzi che si allenano, famiglie che accompagnano i figli, bar che si riempiono, persone che arrivano da fuori, una storia che tutti vorrebbero riportare dove merita.

 

Il Grosseto non è di chi lo usa.

 

Non è di chi lo nomina e lo coccola soltanto quando gli serve. Non è di chi ci va con la bandiera in mano e poi, appena cambia il vento, scopre improvvisamente che quella bandiera pesa troppo.

 

Il Grosseto è di chi lo ama abbastanza da non sporcarlo.

 

E per Grosseto città vale esattamente lo stesso discorso, solo per il grande amore per essa mi son permesso di far politica.

 

Chi ha Grosseto nel cuore non ce l’ha soltanto quando c’è da fare una promessa, distribuire un sorriso o farsi fotografare accanto a una vittoria. Ce l’ha nell’onestà. Nella bellezza. Nella fierezza. Ce l’ha quando deve dire una cosa scomoda ai propri amici, non soltanto ai nemici.

 

Perché una città non è una sciarpa.

 

Una città è una responsabilità.

 

E la domanda che mi porto dietro da quella stanza di quindici anni fa è sempre la stessa: che cosa diventa una città quando chi dovrebbe costruire preferisce demolire?

 

Io una risposta ce l’ho.

 

Diventa più piccola di chi la abita.

 

E la città di Grosseto non se lo merita.

 

E se qualcuno, leggendo queste righe, si sente chiamato in causa, vuol dire che ha riconosciuto qualcosa. Non è stato nominato. È la coscienza, se ancora funziona, che gli ha risposto.

 

Per rispetto di Grosseto, prima dell’ennesima polemica, dovrebbe avere almeno il pudore di interrogarsi e restarsene in silenzio.

 

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Pier

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