Io disabile? Solo per le certificazioni e per gli ottusi.
Viviamo in un’epoca in cui tutti si preoccupano di non offendere nessuno, di non uscire dal seminato, di non fare cose che “non stanno bene”. Io, invece, ho deciso di scrivere sulla mia pelle quello che penso della vita. Letteralmente.
Non è moda. Non è ribellione adolescenziale. Non è il tatuaggino sul polso con la scritta in cinese che non sai neanche cosa significa. È qualcosa di più antico e più onesto: è la scelta di un uomo che ha capito presto che il corpo è l’unica proprietà che nessuno ti può togliere, e che su quella proprietà puoi scrivere quello che vuoi.
Qualcuno mi definirà “tamarro”. Benissimo. Preferisco essere un tamarro con una storia da raccontare che un perbenista senza cicatrici.
Tatuare me non è un lavoro, è un’impresa. Con una tetraparesi spastica i movimenti involontari sono all’ordine del giorno. Quando ti piantano un ago a tremila battute al minuto, il corpo scatta, si ribella. La maggior parte dei tatuatori si arrende prima di iniziare. Io ne ho trovato uno, Claudio Benvenuti — tatuatore fiorentino, ha inchiostrato personaggi famosi, oggi lavora a Follonica — che i miei movimenti li prende come una sfida personale. “Surfiamo le onde”, dice lui. Su quelle onde abbiamo costruito un’amicizia e un’armatura. Siamo diventati grandi amici. Perché chi non si spaventa di te, merita la tua fiducia.
Il primo tatuaggio risale al 2001. “Non mollo mai”, con la mia data di nascita in numeri romani. Avevo già capito tutto. Non era un programma – era una constatazione.
Sul petto porto un’aquila con due parole: USQUE AD FINEM. Fino alla fine. Era il motto dei gladiatori romani. Non lo porto perché sono un romantico del passato – lo porto perché ogni mattina che mi alzo e so che la giornata sarà una battaglia, quella frase è già lì, incisa, a ricordarmi che non esiste altra opzione. Fino alla fine. Punto.
Sul collo c’è scritto: “Morirò per i tuoi peccati se tu vivrai per i miei“. Una filosofia tutta mia, con la piena consapevolezza di non essere un santo. Non ho mai preteso di esserlo.
Sulla gamba destra c’è THUG LIFE. L’acronimo di Tupac: “The Hate U Give Little Infants Fucks Everyone”. Qualcuno pensa sia roba da rapper di periferia. Io penso sia esattamente quello contro cui combatto in tribunale ogni volta che difendo chi non ha voce. La rabbia giusta, indirizzata nel posto giusto, è la forma più alta di giustizia. E poco sotto c’è Dakota — una pin-up, il nome di un’attrice di film folli — che mi ricorda quattro anni di follia pura. Come la scritta che ho tatuata accanto: ÁMAME O MÁTAME. Amami o uccidimi. Le vie di mezzo le lascio a chi si accontenta.
Sul braccio destro ho tatuato una poesia. L’ho scritta io nel 2008, quando è nato mio figlio Dorian Rocky: “Io e Dorian Rocky, di padre in figlio: la forza di volontà esige testa, cuore, orgoglio, esempio e slancio“. È l’unica cosa che porto sul corpo che non ha bisogno di spiegazioni. Chi è padre capisce. Chi non lo è, non può capire.
Sulla schiena e sui glutei ho un maori enorme, tribale, a colori. Un’araba fenice che rinasce dalle fiamme. Non è decorazione – è una dichiarazione di intenti. Il corpo brucia, si ricostruisce, torna più forte. Anno dopo anno, stagione dopo stagione, io cerco di renderlo sempre più maestoso e voluminoso. La pelle tatuata su un fisico che cresce è un’opera d’arte in divenire.
E poi c’è lui. Sull’avambraccio: una Madonna, un teschio, uno stiletto. Me lo ha fatto Nicolai Lilin nel 2018. Lo scrittore e sceneggiatore di Educazione Siberiana — oggi figura controversa, chiacchierata, divisiva. Ho preso appuntamento, sono andato da lui ad Abano Terme, e mi sono fatto inchiostrare da uno che considera il tatuaggio un rito criminale siberiano, non un vezzo estetico. Volevo un segno che pesasse. L’ho trovato.
La mia pelle non è un catalogo di disegni. È un archivio di scelte e decisioni di vita, alcune dirompenti. È il manifesto di un uomo che ha deciso di prendersi tutto quello che la vita poteva dargli — senza sconti, senza chiedere scusa, senza aspettare il permesso di nessuno.
E, senza falsa ipocrisia: funziona. La pelle inchiostrata, unita a un look ricercato e a un fisico che ogni anno cerco di rendere sempre più maestoso, intriga. Spiazza. Seduce. Perché nessuno si aspetta che sotto la camicia di un avvocato iscritto alla Cassazione ci sia questo.
Sono uno scrittore. Solo che, oltre ai libri, scrivo anche sulla pelle.
Benvenuti nel mio regno.
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