Non ho mai capito chi dice che i disabili non possono fare sport agonistico. Probabilmente non è mai stato in Transilvania a fare a pugni con mezzo metro di neve sotto i piedi.
Ci sono momenti nella vita in cui capisci esattamente dove sei e cosa stai per fare. Il mio è arrivato scendendo la scaletta di un aereo nel cuore della notte, in Romania, a Târgu Mureș, in Transilvania.
Avevo come sempre le maniche corte. Però sotto i miei piedi c’era mezzo metro di neve.
Era il 2011, ed ero lì per il mio primo campionato europeo di pugilato. L’albergo che ci ospitava era un ostello di dubbia fama, popolato da donne che “lavoravano” a tutte le ore. Il cibo era qualcosa di indescrivibile, un attentato chimico allo stomaco di un atleta. Per fortuna avevo portato con me un intero negozio di integratori, l’unica cosa che mi ha tenuto in piedi in quei giorni.
Ma non ero lì per fare il turista. Ero lì per fare a pugni.
Gli spogliatoi del palazzetto erano orrendi, freddi, scrostati. Eppure, odoravano di qualcosa che non si può comprare: la carica di testosterone, l’adrenalina pura che noi atleti italiani ci trasmettevamo a vicenda prima di salire sul ring per quei tre fottutissimi round. Il battesimo del fuoco. La fasciatura delle mani, i guantoni stretti, il caschetto obbligatorio che ti chiude la visuale e ti fa sentire il tuo stesso respiro. E poi i tre scalini per salire sul ring. Le corde.
Il palazzetto era stracolmo ed esplodeva ad ogni colpo portato dai pugili rumeni. L’inno nazionale, lo scambio del pugno con l’avversario al centro del ring, le bandiere agli angoli. È una roba da brividi. Ti si gela il sangue e poi ti va a fuoco un secondo dopo.
Il mio era l’unico incontro per pugili disabili di tutta la riunione, ma aveva lo stesso identico valore per il punteggio della squadra. Il mio avversario, Alex, giocava in casa. Mi sovrastava per esperienza di match, aveva tutto il tifo dalla sua parte e si muoveva sul ring come una molla. Sapeva schivare, sapeva ballare.
Io no. Io avevo una tetraparesi spastica e un fisico costruito sollevando ghisa per anni. Non potevo ballare.
Quindi ho fatto l’unica cosa che potevo fare: mi sono piazzato in mezzo al ring, me ne sono fregato della difesa e ho iniziato a boxare alla messicana. Corpo a corpo. Ganci, diretti e montanti micidiali, tirati a tutta forza, con tutta la violenza e velocità che avevo in corpo. Ad ogni pugno sentivo uno stridio del guantone mentre colpivo la sua figura. Non potevo permettermi colpi a vuoto, quindi ero rapido e chirurgico. Ma soprattutto pesante — ad ogni colpo Alex arretrava trenta centimetri con smorfie che mi caricavano ancora di più. Mi sentivo più animale che atleta.
Ero così inesperto e così carico di adrenalina che dopo dieci secondi netti dall’inizio del match avevo già preso un richiamo ufficiale dall’arbitro. Il motivo? Vedevo che Alex mi evitava, che scappava dai miei colpi, e gli ho urlato in faccia: “Come on!”. Non me ne fregava niente — avevo dentro di me energia, rabbia agonistica, la voglia bruciante di dimostrare che sarebbe andato giù lui. Non schivavo. Per ogni colpo incassato rispondevo con una serie a tre: dritto destro, gancio sinistro, gancio destro violentissimo. Temevo mi si staccasse il braccio, ma il dolore era sovrastato dall’adrenalina e dal frastuono. Sul ring, se pensavo troppo, Alex mi riempiva di pugni dritti al volto. Quindi non pensavo. Colpivo. Colpivo. Colpivo e basta. Più forte e preciso che potevo. I miei bicipiti si erano gonfiati a dismisura per la posizione di sollecito e per la violenza con cui scattavano continuamente.
Il finale non è raccontabile a parole. Per quanto lui si muovesse bene, per quanto fosse agile e tecnico, non aveva un fisico possente. Non poteva reggere l’urto di quei colpi. Quando ti piazzi al centro e decidi che da lì non ti sposti, o l’altro ti butta giù, o va giù lui.
Ho vinto. Primo titolo europeo.
Ma la cosa più emozionante non è stata la vittoria in sé. È stato il mio angolo. La mia squadra che tifava, che urlava come impazzita, prodiga di consigli, che mi spingeva oltre ogni mio umano limite. In quel palazzetto strapieno come un catino, in mezzo alla neve della Romania, ho capito che la disabilità è solo un’astrusa parola scritta su un referto medico. Sul ring, quando suona il gong, sei solo tu, i tuoi guantoni e la tua fame.
E io, di fame, ne avevo da vendere a suon di pugni.


