Voglio dirvi una cosa che nessuno ha il coraggio di scrivere.
Non perché sia segreto. Non perché sia complicato. Ma perché fa schifo ammetterlo, e la gente preferisce non ammetterlo.
Il mondo non è governato da leader. È governato da codardi.
E io lo so. Non perché l’ho letto su un libro. Perché ci sono stato, dentro quel meccanismo. Ho fatto politica. Ho seduto ai tavoli dove si prendono le decisioni — piccole, provinciali, lontane dai riflettori. Ho studiato diritto internazionale. Ho subito un processo e ne sono uscito assolto, con le scuse di chi mi aveva condannato senza prove. E ho visto come funziona davvero il potere. Senza telecamere. Senza discorsi. Senza la faccia pulita che mettono in TV.
Funziona così: si mente. Si tratta. Si cede. Si sorride mentre si affonda il coltello. Poi ho alzato lo sguardo. Ho visto lo stesso identico copione sul palcoscenico mondiale. Stesse dinamiche. Stessa vigliaccheria. Solo con più bombe.
Benvenuti al tavolo del Risiko dei Codardi.
I GIOCATORI. UNO PER UNO.
Trump.
Ha preso la geopolitica e l’ha trasformata in uno show. E devo dirvi la verità scomoda: lo fa con una coerenza perversa. Trump non mente nel senso classico. Lui recita, lo sa, e vuole che tu lo sappia. Il problema è che i missili non sono effetti speciali.
Ha attaccato l’Iran. Ha colpito i siti nucleari. Ha fatto saltare in aria decenni di equilibri diplomatici costruiti con fatica, sangue e diritto internazionale — un diritto che io ho studiato, che conosco, e che oggi vale meno di un tweet.
E adesso? Adesso si trova con lo Stretto di Hormuz in mano. Trentatré chilometri d’acqua attraverso cui passa il 20% del petrolio mondiale. Una partita di poker in cui ha già mostrato le carte, alzato la posta, e bruciato i ponti.
La verità che nessuno dice: Trump è l’unico che potrebbe risolvere la crisi che ha creato. Perché è lui che l’ha creata.
Complimenti per l’efficienza.
Putin.
Ha rimesso in circolazione parole che pensavamo morte. Annessione. Deportazione. Crimine di guerra.
La Carta delle Nazioni Unite? Carta igienica. Le Convenzioni di Ginevra? Consigli non vincolanti per chi ha abbastanza missili.
Eppure Putin viene ancora invitato ai tavoli. Viene ancora chiamato “interlocutore”. Viene ancora trattato come un attore legittimo.
Perché? Perché ha le testate atomiche e non ha scrupoli Fine. Non c’è altro da aggiungere. Il diritto internazionale funziona solo con chi non può distruggerti. Con chi può, si negozia.
Netanyahu.
Ha preso il diritto di autodifesa — legittimo, sacrosanto, riconosciuto da ogni trattato — e lo ha trasformato in una licenza di sterminio.
Ho letto le sentenze della Corte Internazionale di Giustizia. Ho letto le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza. Ho letto i pareri dell’ICJ.
Carta straccia. Tutto carta straccia.
Perché quando un membro permanente del Consiglio di Sicurezza usa il veto come scudo per il proprio alleato, il diritto muore. In silenzio. Senza funerale. Senza necrologi.
Xi Jinping.
Sorride. Sempre.
Quel sorriso che dice: io aspetto. La Cina non ha fretta. La Cina gioca a scacchi mentre gli altri giocano a Risiko. E mentre Trump urla, Putin bombarda e Netanyahu rade al suolo, Xi accumula. Posizioni. Risorse. Influenza. Debiti altrui.
Taiwan è lì. Lo Stretto di Taiwan è lì. E quel sorriso non si è ancora spento.
Kim Jong-un.
Ha costruito un arsenale nucleare sotto gli occhi di tutti. Sfidando ogni sanzione, ogni risoluzione, ogni appello solenne della comunità internazionale.
Il mondo ha guardato. Ha emesso comunicati. Ha convocato riunioni di emergenza. Ha espresso “profonda preoccupazione”.
Kim ha continuato a costruire.
Morale: le sanzioni funzionano quanto le preghiere.
Khamenei — o meglio: quello che ne resta.
Ali Khamenei è morto. Spazzato via dalle bombe di Trump durante l’attacco all’Iran. Al suo posto è arrivato il figlio. Come se il potere teocratico fosse un’azienda di famiglia — e in fondo lo è.
Cambia il nome sulla porta. Non cambia niente altro.
Un paese dove le donne vengono uccise per un velo indossato male. Dove i dissidenti spariscono. Dove Dio viene usato come giustificazione per ogni sopruso. Dove si finanziano proxy in mezzo mondo, si destabilizzano regioni intere, e poi ci si presenta come vittima dell’imperialismo occidentale.
Il cinismo elevato a sistema di governo. Ereditato. Tramandato. Perpetuato.
Il dittatore di turno.
Sudanese. Africano. Asiatico. Scegliete voi. Ce n’è uno per ogni latitudine.
Macella il proprio popolo. Con armi comprate da tutti gli altri commensali di questo tavolo.
Perché il business delle armi non ha ideologia. Non ha confini. Non ha vergogna.
Zelensky.
L’unico al tavolo che non ha scelto di esserci.
Rifornito di armi quanto basta per resistere. Non abbastanza per vincere. Perché una guerra che finisce non fa più notizia. E la notizia, oggi, è l’unica merce che conta davvero.
Usato. Consumato. Applaudito.
L'EUROPA. IL GRANDE FANTASMA.
Dov’è l’Europa?
Nel suo salotto buono. A emanare dichiarazioni di condanna. A convocare vertici di emergenza. A stanziare fondi che arrivano in ritardo. A litigare su chi deve fare cosa mentre il mondo brucia fuori dalla finestra.
L’Europa — quella che ha inventato il diritto internazionale moderno, quella che ha scritto la Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo, quella che si è costruita sulle macerie di due guerre mondiali con la promessa solenne di mai più — oggi è uno spettatore.
Ricco. Ben vestito. Profumato. E completamente irrilevante.
Non siede al tavolo del Risiko dei Codardi perché non ha abbastanza carri armati. E nel mondo reale — quello che ho imparato studiando il diritto internazionale e facendo politica — chi non ha carri armati non ha voce in capitolo.
Punto.
L'ARMA CHE NON VEDI.
C’è un’arma sul tavolo che non compare nelle analisi dei TG. Non è un carro armato. Non è un missile.
È la narrazione.
Ogni commensale di quel tavolo ha il suo esercito di narratori. Canali televisivi. Agenzie di stampa. Account social. Influencer pagati. Bot. Troll. Fabbriche di contenuti che lavorano 24 ore su 24. La guerra dell’informazione è l’unica guerra in cui tutti combattono contemporaneamente. Senza dichiarazioni formali. Senza regole. Senza arbitri. Io l’ho vissuto sulla mia pelle. Ho visto come una notizia falsa, ben costruita e ben distribuita, può distruggere una carriera, rovesciare un’elezione, trasformare un innocente in un colpevole agli occhi dell’opinione pubblica. Io ne sono uscito assolto, pulito. Ma il veleno era già nel pozzo.
Ora moltiplicate questo meccanismo per un miliardo di persone. Questo è il mondo dell’informazione globale oggi.
Non esiste più una verità condivisa. Esistono narrazioni in competizione. E vince quella con più risorse, più distribuzione, più ripetizione.
La verità è diventata una questione di budget.
E in tutto questo, dov’è il giornalismo? Quello vero. Quello di Adrian Cronauer — il DJ militare di Good Morning, Vietnam — che trasmetteva la realtà cruda ai soldati mentre i superiori censuravano ogni parola scomoda. Quello degli inviati di guerra che dormivano nelle trincee, che rischiavano la vita per raccontare quello che i governi non volevano far sapere. Oggi quegli uomini non esistono più. Sono stati sostituiti da opinionisti da studio, da influencer geopolitici, da podcast costruiti per lo share e non per la verità. Nessuno che abbia il coraggio di dire quello che non conviene dire. Nessuno che rinunci alla poltrona televisiva per stare sul campo. Il giornalismo coraggioso è morto. E con lui è morta un’altra sentinella
della democrazia.
IL PAPA NEL CORRIDOIO.
In disparte, ignorato da tutti, c’è il Papa.
Non il vecchio Papa. Il nuovo. Leone XIV, Robert Prevost, statunitense pure lui, eletto da pochi mesi. Un uomo che ha ereditato il peso di un’istituzione millenaria nel momento in cui il mondo ha più bisogno di una voce morale e meno voglia di ascoltarla.
Francesco aveva provato. Aveva chiamato. Scritto. Mediato. Supplicato.
Risultato: zero.
Leone XIV eredita lo stesso tavolo. Gli stessi giocatori. La stessa indifferenza. Tranne gli strali del connazionale Trump. Tutti sconvolti e tutti ipocriti.
Il Papa nel corridoio non è una critica alla Chiesa. È una fotografia del mondo.
I PEZZI SUL TABELLONE.
E poi ci sono loro. Quelli che non siedono al tavolo.
I civili di Gaza. I bambini del Sudan. I profughi del Myanmar. Le donne dell’Afghanistan. I contadini dell’Ucraina orientale. I pescatori dello Stretto di Hormuz che non sanno se domani potranno uscire in mare.
Questi non giocano a Risiko. Questi sono i pezzi sul tabellone.
Il diritto internazionale umanitario è stato costruito per loro. Scritto nel sangue di Auschwitz, di Hiroshima, di Srebrenica. Con la promessa che non sarebbe mai più successo.
È successo. Sta succedendo. Succederà ancora.
Perché il diritto internazionale funziona solo quando i potenti decidono che conviene rispettarlo. Quando non conviene, diventa carta straccia. E i potenti, al tavolo del Risiko, hanno sempre qualcosa di più urgente da fare che rispettare le regole.
Gli ultimi restano ultimi. Anzi, diventano sempre più ultimi. Carne da cannone per le ambizioni di chi non ha mai rischiato nulla di personale in nessuna guerra.
LA MIA CONCLUSIONE. SENZA DIPLOMATISMI.
Io guardo tutto questo dalla mia scrivania.
Con i miei studi di diritto internazionale. Con la mia esperienza politica. Con le mie cicatrici. Con la mia storia di uomo che ha conosciuto il potere — piccolo, provinciale, ma identico nella sostanza — e che ha visto le regole non scritte ed ha deciso di andarsene.
Quello che provo non è sorpresa. Non è indignazione performativa. Non è la rabbia di chi scopre per la prima volta che il mondo fa schifo.
È disgusto. Freddo. Lucido. Consapevole.
Il disgusto di chi sa esattamente come funziona il meccanismo. Di chi non può più fingere di credere che ci sia un adulto nella stanza pronto a rimettere le cose a posto.
Non c’è nessun adulto nella stanza.
C’è solo un tavolo da Risiko. Con pezzi che hanno nomi, famiglie, vite.
Io mi rifiuto di chiamarli leader.
Li chiamo con il loro nome: codardi.
HAI LETTO FIN QUI. ALLORA SEI UNO DI NOI.
Se sei arrivato a questo punto, significa che non ti basta la versione edulcorata che ti propinano ogni giorno. Significa che vuoi capire davvero come funziona il potere — quello sporco, quello reale, quello che non finisce mai sui giornali.
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Pier Francesco Angelini è avvocato, laureato in Scienze Politiche con specializzazione in diritto internazionale, ex consigliere comunale. Scrive su ilcodicepier.com



