Sono nato morto. Poi ho deciso di riprendermi tutto con gli interessi.

L'avvocato Pier Francesco scrive al computer con la mano destra nello studio

Sono nato morto.

Il cordone ombelicale mi aveva soffocato. Quattro minuti senza respirare, quattro minuti in cui il mondo andava avanti senza di me. Quando finalmente ho pianto, il danno era già fatto. I neuro-fisiatri furono chiari: patologia di invalidità al 100% per danno cerebrale permanente, prognosi di peggioramento progressivo. La scienza aveva già preparato la mia casella. Quella del disabile destinato a declinare, lentamente, con dignità e rassegnazione.

Alle elementari digitavo sulla macchina da scrivere con la punta del naso. Era il modo che avevo escogitato per essere veloce, per non restare indietro, per non accettare il copione che mi avevano scritto senza nemmeno chiedermi il parere. Ero piccolo ma già mi ribellavo.

Avevo quattro minuti di vita da recuperare. E ho deciso di riprendermeli tutti con gli interessi.

Pier Francesco sul ring con il caschetto da boxe dedicato al figlio Dorian Rocky

 

Ho amato. Due volte al punto da sposarmi, due volte al punto da divorziare. Dal primo matrimonio è nato mio figlio Dorian Rocky, il nome scritto nel caschetto da boxe che conservo ancora. Tra un divorzio e l’altro ho vissuto storie intense, appassionate, reali. Ho bruciato e sono stato bruciato. Ho desiderato e sono stato desiderato. Ho fatto tutto quello che un disabile “non dovrebbe fare” secondo il cliché di questo Paese. E poi è arrivata Nelly, il mio tutto.

 Nel 2007 un amico allenatore di terza categoria mi tenne per un’intera stagione in rosa nella sua squadra di paese. Mi schierava ad ogni partita amichevole. Ero un terzino destro ostico, caracollante a modo mio, ma di gran corsa. Sbucavo all’improvviso sul primo palo dai calci d’angolo per fare gol. Sono rimasto famoso per una sgroppata da velocista con cui tolsi dalla linea di porta una palla che stava per entrare, salvando la squadra dopo un’uscita scellerata del portiere.

Ma il campo non mi bastava. Volevo il ring.

Dal 2009 al 2013 sono stato campione italiano ed europeo per disabili. Non in sedia a rotelle — io cammino, a modo mio, e corro pure veloce. Sul ring avevo rinunciato ai muscoli per essere tirato e letale. Il mio stile era boxe alla messicana: pochissima difesa, qualche schivata, e poi mi piantavo al centro a martellare a due mani finché l’avversario, esausto, non cedeva.

Non sono mai andato ko. Ho mandato ko.

Quattro campionati europei vinti in una Romania ancora troppo anarchica per essere libera, in palazzetti dove inni e bandiere nazionali mal celavano un veterocomunismo ancora intatto. In palestra facevo sparring con i normodotati e con la campionessa mondiale femminile di pugilato, una che picchiava come un fabbro e sembrava avesse i mattoni nei guantoni. Nel caschetto avevo scritto il nome di mio figlio. Lo conservo ancora, insieme ai guantoni e alle scarpette dell’ultimo incontro.

 

Pier Francesco durante un incontro di pugilato per il titolo europeo

 

E mentre il corpo si ribellava alla scienza sul ring, la mente faceva lo stesso altrove.

Esattamente due anni fa ho iniziato a digitare su ogni tastiera solo e soltanto con la mano destra. Qualcuno dice che ho allenato una parte dell’ipotalamo ad accettare nuove soluzioni. Altri che i miei allenamenti con i pesi hanno rigenerato cellule bruciate al momento del parto. La verità clinica non mi interessa. Mi interessa il risultato: la volontà ha piegato la biologia.


L'avvocato Pier Francesco scrive al computer con la mano destra nello studio

 

Oggi faccio l’avvocato — anche in Cassazione. Scrivo con la mano destra. Mi alleno in palestra. Ho ancora tanti progetti e sono fottutamente felice.

Non sono arrabbiato con la vita. Non ho rimpianti da esibire né ferite da mostrare. Ho solo quattro minuti di vita da recuperare.

E me li sto riprendendo tutti. Con gli interessi.

Perché non sempre si muore inutilmente.

Pier

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2 commenti su “Sono nato morto. Poi ho deciso di riprendermi tutto con gli interessi.”

  1. Alessandro Rovani

    La tua storia mi ha profondamente colpito, non tanto per la tua forza di volontà ai limiti della testardaggine quanto per i tuo “4 minuti mancanti”….
    A me sono mancati solo 15 secondi per il medesimo motivo, tre giri di cordone ombelicale intorno al collo che mi hanno interrotto l’ossigenazione, ero cianotico ed hanno dovuto rianimarmi.
    Come con te le convenzioni e la medicina avevano già dato il loro verdetto, ho iniziato a soffrire di crisi epilettiche, avevo anche 3/4 episodi al giorno, che avrebbero fatto desistere chiunque dal cercare di vivere una semi normalità. Hanno tentato di incastrarmi in un universo che mi metteva ai margini, ma noi ci conosciamo e sai che i limiti non sono mai stati il mio forte….ed adesso eccomi qui, amm. di tre società di cui una di sicurezza privata che conta quasi 400 dipendenti su tutto il territorio nazionale, titolare di licenza ( ex art. 134 ) e rappresentante nazionale AISS ( Associazione Italiana Sicurezza Sussidiaria).
    Un abbraccio.
    Alessandro Rovani

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