Il 30 dicembre 2025 ho compiuto 56 anni. Mentre in Italia si preparava lo spumante per i brindisi di Capodanno, io ero fermo ad un posto di blocco controllato da soldati russi armati fino ai denti, che mi ritiravano il passaporto.
Stavo entrando in Transnistria. Lo Stato che non esiste. Quasi nessuno la conosce
e praticamente nessuno ci è mai stato. Beh, tranne io ovviamente.
Per chi non mastica geopolitica: la Transnistria è una striscia di terra incastrata tra la Moldavia e l’Ucraina. Ufficialmente è territorio moldavo. Di fatto, dal 1990, è una repubblica separatista sostenuta da Mosca, con una propria moneta, un proprio governo e truppe russe fisse sul territorio. A soli 40 chilometri da lì, c’è Odessa. C’è la guerra vera.
Ero lì con Nelly, la mia compagna di nazionalità moldava. I turisti normali non ci vanno. I disabili, poi, non sanno nemmeno che esista. E pare anche viceversa.
Questo non è un racconto di viaggio. È un documentario in divenire — scritto adesso, prima che la scena cambi per sempre. Perché quello che ho visto tra Chisinau e Tiraspol è troppo anomalo, troppo fragile, troppo carico di storia compressa per restare così a lungo. Il conflitto congelato si sta scongelando. Mosca ha già riaperto il dossier. Chisinau vuole la reintegrazione forzata. Tra qualche anno, forse mesi, quello che ho attraversato potrebbe non esistere più nemmeno come capsula del tempo. Io c’ero. Ho le foto. Ho i biglietti da visita in cirillico. E ho questa storia.
LA CAPSULA DEL TEMPO
Tiraspol, la capitale, è una capsula del tempo congelata ai tempi dell’Unione Sovietica. Non è un parco a tema per nostalgici: è la realtà.
Le statue di Lenin e Stalin dominano le piazze. Il palazzo del governo si chiama ancora Soviet Supremo e sfoggia un’enorme falce e martello sul frontone. Per le strade girano le vecchie Lada Niva degli anni ’70. I negozi sembrano usciti da un film sulla Guerra Fredda.
Hai un permesso di sole 10 ore. Entri, guardi, ed esci prima che scada il tempo, altrimenti i problemi diventano seri. Non ci sono locali notturni. Non c’è vita mondana. C’è solo il peso di un’ideologia che il resto del mondo ha archiviato, ma che lì è ancora legge ferrea.
E soprattutto, non c’è accessibilità. Zero. Nessuna rampa, nessun percorso tattile, nessuna concessione alla debolezza fisica. In quelle 10 ore a Tiraspol, non ho visto un solo altro disabile per strada. Ero l’unico. Un vero extra-terrestre per loro.
LE NOTTI DI CHISINAU
Ma il vero paradosso di questo viaggio non è stato a Tiraspol.
Chisinau di giorno è una città post-sovietica che cerca di dimenticare sé stessa: monumenti brutalisti abbandonati, hotel dismessi con le facciate scrostate, chiese dorate che sembrano fuori posto tra i blocchi di cemento. Turismo di nicchia, per chi ama le cicatrici della storia.
Ma quando cala il buio e inizia a nevicare, Chisinau si trasforma. I locali notturni si accendono — l’Escobar, il Sensi Bar, l’Elite — e con loro si accende un mondo che non trovi su nessuna guida turistica.
Ricconi ucraini in fuga dalla guerra con valigie piene di contanti, magnati russi che aggirano le sanzioni con la stessa nonchalance con cui si ordina un aperitivo, esponenti della mafia moldava e turca che parlano sottovoce e guardano tutto, sceicchi arabi che non spiegano mai cosa facciano lì. Gente che non fa domande. Ma osserva ogni cosa.
In quel contesto, io ero un’anomalia assoluta. Un italiano, disabile, con la mia tipica andatura caracollante, sempre vestito squisitamente elegante ma in modo audace, con tatuaggi in vista, che parlavo fluentemente inglese spaziando dal diritto internazionale privato fino alle clausole per l’import/export, distribuendo biglietti da visita in cirillico del mio studio legale e centro d’affari.
Gli slavi non mostrano curiosità apertamente — è una questione culturale, quasi un codice d’onore. Ma la loro attenzione era palpabile, fisica, come una pressione nell’aria.
Quando scoprivano che io e Nelly eravamo astemi, ci offrivano droghe di ogni tipo con la stessa naturalezza con cui altrove si offre un caffè. Noi rifiutavamo con educazione. Allora alzavano il tiro: mandavano al nostro tavolo ragazze bellissime, discinte, con il compito preciso di adulare Nelly in russo e fare il terzo grado a me. Volevano capire chi fossi, perché fossi lì, come potevo conoscere così tante cose. Volevano capire come un uomo in quelle condizioni fisiche potesse muoversi in quel mondo con quell’arroganza tranquilla.
Noi avevamo una regola: massima educazione, massimo rispetto, ma non superare mai la linea dell’indecenza. Ha funzionato. In sette giorni ho chiuso accordi con diversi nuovi clienti di alto livello ed ho stretto decine di contatti per il futuro.
LA VERA LIBERTA'
In una settimana tra Moldavia e Transnistria, in luoghi dove la legge è un concetto labile e l’accessibilità non esiste, non ho mai provato un secondo di paura. Ero in pieno controllo di me stesso e di ciò che mi circondava.
E qui sta il punto che mi ha fatto riflettere sul volo di ritorno.
In Italia abbiamo le leggi sull’inclusione. Abbiamo le rampe, i parcheggi riservati, le quote obbligatorie. Eppure, troppo spesso, il disabile viene trattato con pietismo. Come un problema da gestire o una casella da spuntare.
A Chisinau, senza una singola rampa nel raggio di centinaia di chilometri, mi trattavano come un Dio. Non vedevano la disabilità, vedevano l’uomo, cieco e sordo davanti alle avversità della vita. Vedevano l’eleganza tutta italiana, la sfrontataggine e la competenza, la forza di stare a quei tavoli alle mie condizioni.
La libertà non te la dà una rampa di cemento. La libertà te la prendi tu, con il modo in cui decidi di stare al mondo. Anche quando il mondo è uno Stato che non esiste, a 40 chilometri da una guerra. O quando ti ritrovi in piena notte a trattare affari ad un tavolo al quale siedono anche impresentabili, e tu lo sai e con il tuo comportamento fai capire che lo sai.
Questa io la chiamo forza della libertà.



