Il 23 marzo 2026 quasi il 60% degli italiani è andato a votare per un referendum costituzionale sulla separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri. Un’affluenza record, entusiasmo genuino, giovani ai seggi convinti di fare qualcosa di importante.
Hanno votato No. Hanno affossato una riforma che avrebbe potuto migliorare concretamente la giustizia italiana. E lo hanno fatto credendo di difendere la Costituzione.
Benvenuti nel capolavoro più riuscito della politica italiana contemporanea: trasformare una questione tecnica e civile in uno scontro identitario, finché i cittadini non votano contro i propri stessi interessi senza nemmeno accorgersene.
La separazione delle carriere non era un’invenzione del governo Meloni. Era una riforma attesa da decenni, invocata da giuristi, avvocati e da chiunque abbia mai avuto a che fare con un’aula di tribunale e abbia capito il conflitto strutturale che esiste quando chi indaga e chi giudica appartengono allo stesso corpo. Ma il governo l’ha brandizzata come una bandiera di parte, l’opposizione l’ha trasformata in un attacco alla Costituzione, e i giovani — pieni di buona volontà e scarsa informazione — hanno votato per difendere un sistema che li ha già traditi mille volte.
Questo è il meccanismo. Non la corruzione, non l’incompetenza — quelle sono conseguenze. Il meccanismo è la trasformazione di ogni questione in uno scontro tribale, dove non conta più cosa è giusto ma da che parte stai. Antifa contro fascisti. ProPal contro ProIsrael. Pro-Meloni contro difensori della Costituzione. Etichette, bandiere, curve da stadio. E nel frattempo il Paese si ferma, i problemi restano irrisolti, e chi governa — di qualunque colore — continua indisturbato.
Io l’ho visto dall’interno. Non come osservatore. Come consigliere comunale eletto — due volte — e come consigliere provinciale. Come uomo che ha costruito consenso reale sulla strada, porta a porta, senza chiedere il permesso a nessuna segreteria di partito, senza un padre politico, senza una famiglia con agganci, senza una rete preesistente.
Con una disabilità fisica al 100% e un nome di ventuno lettere e due spazi che tantissimi cittadini hanno scritto a mano, per esteso, sulla scheda elettorale. Tra oltre 1.400 candidati.
Capite perché facevo paura?
Non perché fossi potente. Ma perché non ero controllabile. Il consenso che avevo costruito era mio — non di un partito, non di una corrente, non di un capo. E un uomo con un consenso autentico, che non deve nulla a nessuno e lavora solo per il bene di tutti i cittadini — non solo di chi lo ha votato — è la cosa più pericolosa che possa esistere in un sistema fondato sullo scambio di favori.
E vi dico cosa succede quando entri in quel sistema con l’idea di fare politica per i cittadini invece che per il tuo interesse personale. Quando non hai un prezzo, quando non sei ricattabile, quando non cerchi una poltrona ma vuoi risolvere problemi reali.
Diventi immediatamente il nemico pubblico numero uno.
Il sistema tollera i corrotti — si gestiscono. Promuove i mediocri — non danno fastidio. Protegge gli incapaci — non fanno domande. Ma un uomo che non si controlla è un uomo pericoloso. E il sistema ha un solo modo per trattare le anomalie: eliminarle.
Nel mio caso hanno usato l’arma più vigliacca disponibile: la macchina del fango. Hanno trasformato un video satirico in un caso di Stato. Hanno gridato allo scandalo — loro, che l’etica l’hanno venduta al miglior offerente decenni fa — e mi hanno trascinato in tribunale, con testimonianze costruite a tavolino che mi collocavano in un posto dove non ero, in un momento in cui non potevo esserci.
Pensavano che avrei cercato una via d’uscita silenziosa. Hanno fatto male i conti.
“Dentro il palazzo del potere. Con la fascia. E con le mie idee intatte.”
Ho scelto il rito abbreviato condizionato. Ho portato in aula atti pubblici che demolivano ogni accusa. Il risultato è stato un’assoluzione piena, totale, inequivocabile. Il castello di carte è crollato sotto il peso della verità.
E poi — dettaglio che in questo Paese non stupisce più nessuno — chi aveva raccontato il falso alle Autorità Giudiziarie non ha subito alcuna conseguenza. La macchina del fango si è fermata, ma chi l’aveva azionata è rimasto impunito. Colpisci chi dà fastidio, e se ti va male, nessuno ti chiederà il conto. Lo stesso sistema strabico che ha convinto i giovani a votare No al referendum per difendere una magistratura che non li ha mai davvero protetti.
Al termine della legislatura, con la sentenza in tasca e la verità ristabilita, ho guardato quel mondo e ho preso l’unica decisione possibile per un uomo libero: me ne sono andato. Non mi sono ricandidato. Non ho chiesto rivincite. Ho provato un disgusto e un ribrezzo così profondi per quel teatrino di mediocrità e compromessi che ho preferito sbattere la porta dall’interno.
Hanno creduto di avermi fatto fuori. Non hanno capito che sono stato io a rifiutarmi di sedere a un tavolo dove le carte sono truccate.
Questo blog non è un passatempo. È un atto di ribellione. È la dimostrazione che si può esistere, pensare e incidere senza chiedere il permesso a nessuno. Una penna è molto più potente di ogni altra arma — e lo sanno bene, visto che hanno sempre più paura di chi scrive che di chi urla.
A quel 50% di italiani che ha smesso di votare alle elezioni politiche — e a quei giovani che al referendum hanno votato con il cuore invece che con la testa — dico una cosa sola: il vostro disgusto è legittimo. Ma non trasformatelo in rassegnazione o, peggio, in un’altra bandiera da sventolare.
L’indifferenza e il tifo da stadio sono le due facce della stessa medaglia, e sono esattamente ciò che vogliono da voi.
Svegliatevi dal torpore. Ragionate. Rifiutate le etichette. E ricordatevi sempre che l’unica cosa di cui hanno veramente paura è una persona che non si piega, non si vende e, soprattutto, non ha paura di dire la verità.
Ah, dimenticavo. La cosa che mi fa più ridere? Quei “furbacchioni” mi stanno ricercando oggi, con pressing, per chiedermi di tornare.
Risposta: NO.



