Certi clienti non si lasciano. Mai. E mi ci viene da vivere.

Avvocato davanti al Palazzo di Giustizia

Ci sono settimane in cui il ring non ha le corde.

Il giorno prima ero a Grosseto, in aula penale. Prima udienza. Difendo l’imputato. Per oltre tre ore ho fatto il controesame serrato della parte civile — domande chiuse, domande a trabocchetto, quelle che il codice di procedura penale ammette e che il testimone non si aspetta mai. Una donna con la lacrima facile, che piangeva a ogni domanda scomoda. Ho tenuto il ritmo, ho tenuto la pressione, ho mandato in tilt il pubblico ministero e la collega di parte civile. Tre ore di  concentrazione assoluta, senza un secondo di respiro.

 

La mattina successiva, invece di fermarmi, Nelly mi ha caricato in macchina.

 

Destinazione: Treviso. Millecento chilometri tra andata e ritorno, trentotto gradi all’ombra, l’asfalto che bruciava. Non ci andavo per un cliente nuovo. Ci andavo per Lisa.

 

Lisa ha 37 anni. Ha la mia stessa patologia, un danno da parto. Solo che la sua roulette russa è girata in modo diverso: lei non parla, vive fissa in carrozzina, deglutisce a fatica. Viene capita e interpretata solo dalla madre e dai fratelli. Ma per ogni respiro, per ogni deglutizione, Lisa sorride. Sorride di cuore, con una voglia di vivere che ti prende a schiaffi.

 

Venti anni fa, quando ero alle mie prime grandi battaglie legali, le ho fatto ottenere un risarcimento danni a sette cifre. Una causa civile lunghissima, durissima, di quelle che ti prosciugano anche il fegato oltre all’anima. Ma l’abbiamo vinta.

Avvocato civilista e penalista a Treviso dopo un risarcimento danni

Poi, per la vita che scorre e per la necessità logistica di lasciare spazio a colleghi territorialmente più vicini alla sua famiglia, mi ero defilato. È la prassi. Un avvocato risolve il problema e passa oltre. 

 

Ma la prassi vale per i clienti normali. 

Appena si è creato un nuovo, grandissimo problema legale, la famiglia di Lisa non ha tentennato un secondo. Mi hanno cercato immediatamente. E io non ho esitato un solo istante. 

 

Per me è stato come riaccendere un interruttore. Tutto come prima. Stessa empatia, stessa grinta feroce nel voler ridare serenità a Lisa e alla sua famiglia. E visto che l’esito si palesa oltremodo vittorioso, la fatica dei chilometri, del caldo e del giorno prima è sparita.

 

In questi casi, nonostante la tensione, “mi ci viene da vivere”.

 

Non è una questione di eroismo. È una questione di codice. Il mio corpo e la mia storia mi hanno dato una chiave di lettura che nessun avvocato “normale” potrà mai avere con un cliente come Lisa. Io so cosa significa quel sorriso. So cosa c’è dietro quella fatica. E quando qualcuno che condivide la tua stessa trincea ti chiama, tu rispondi. 

 

Non sono un santo, non sono un eroe e non faccio sconti a nessuno. Ma la lealtà è una moneta che non si svaluta.

 

Certi clienti non si lasciano. Mai.

E la sera, con l’udienza alle spalle e il risultato in tasca, Treviso ha un sapore diverso. Ti siedi in piazza, guardi la torre medievale, e sai che hai fatto esattamente quello che dovevi fare.

 

Ma Nelly già sa che è ora di tornare alla base, tante altre importanti battaglie mi attendono.

 

E di nuovo “mi ci viene da vivere”.

Pier

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