C’è un momento esatto in cui capisci che il sistema è rotto. Non quando leggi le statistiche sui ritardi della giustizia, non quando vedi i fascicoli impilati nei corridoi. Lo capisci quando il sistema ti guarda in faccia e non sa cosa sta guardando.
Due settimane fa ero in trasferta in un tribunale del Lazio. Non dirò quale circondario per decenza, ma diciamo che non è esattamente il fiore all’occhiello dell’edilizia giudiziaria, nonostante macini un bacino di utenza sterminato.
Ero lì per un ricorso d’urgenza. Il mio cliente, un signore in carrozzina post-trauma sul lavoro, aveva bisogno che l’istituto previdenziale smettesse di fare melina e gli passasse gli ausili e le terapie domiciliari previste per legge. Nelle udienze giuslavoriste non si usa la toga. Ero in giacca e cravatta, come sempre, con il mio assistito accanto, pronto a fornire delucidazioni se richieste.
La scena era questa. Niente camera di consiglio. Eravamo tutti nell’aula d’udienza principale, avvocati in piedi, ammassati come in fila alle poste, a testa in su verso il catafalco. Lassù, dietro una scrivania mastodontica, sedeva il giudice: sessantina scarsa, barba e capelli bianco-canuti, tarchiato.
Il giudice aveva chiarito subito un dettaglio tecnico: era sordo. Non “un po’ duro d’orecchi”. Sordo. Il che significava che noi avvocati in coda, per quanto cercassimo di mantenere una distanza di cortesia, sentivamo i dettagli clinici e patrimoniali di chi ci precedeva alla faccia di qualsiasi privacy. Ad ogni causa terminata, facevamo un passo avanti verso il catafalco, come pellegrini davanti a un oracolo le cui risposte lasciavano ampio spazio all’interpretazione creativa.
Quando tocca a me, mi piazzo in posizione strategica. Voglio che mi veda in faccia. Non temo il diritto — ho studiato il fascicolo per giorni, so esattamente dove colpire — temo la fonetica. Devo scandire ogni sillaba per superare la barriera del suono.
Parlo per venti minuti di fila. Il mio assistito è lì, in carrozzina, accanto a me. L’arringa è perfetta. Sono meglio di uno speaker radiofonico, tocco tutte le corde giuridiche giuste, smonto le obiezioni prima ancora che vengano sollevate. Quando finisco, c’è quel secondo di silenzio in cui sai di aver fatto centro.
Il giudice mi guarda dall’alto del catafalco. Annuisce lentamente.
“Bravo ragazzo,” mi dice. “Sei stato molto convincente. Hai detto cose molto giuste legalmente. Ora però portami il tuo avvocato per farlo ridire a lui.”
Gelo.
Rimango interdetto. Il mio cervello sta ancora processando l’assurdità della frase quando interviene il collega di controparte, l’avvocato dell’istituto previdenziale.
“Signor Giudice,” dice, indicandomi. “Lui è l’Avvocato Angelini del Foro di Grosseto. La parte ricorrente è lì accanto a lui.”
Il giudice si tira stancamente su in piedi. Guarda il mio cliente in carrozzina. Poi guarda me, in piedi, tutto storto e sudato fradicio per lo sforzo oratorio.
“Ah,” fa lui, allargando le braccia. “Questa non l’avevo mai vista.”
Non ho resistito. Voce baritonale, scandita bene, a beneficio di tutta l’aula:
In ventotto anni di carriera, Giudice, neppure io.
Dietro di me, la fila dei colleghi esplode a ridere. La causa prosegue con l’avvocato di controparte che cerca di argomentare mentre mezza aula sta ancora soffocando le risate.
L’esito del ricorso? Era un ricorso d’urgenza. Lo sto ancora aspettando. Forse il giudice sta ancora aspettando che si presenti il mio avvocato.
Questa è la realtà. Puoi avere due lauree con lode, ventotto anni di carriera, un’arringa inattaccabile e un abito su misura. Ma per una parte del mondo, se hai un difetto fisico evidente, non puoi essere quello che risolve il problema. Devi essere quello che ha il problema.
Non mi offendo. Non mi indigno. Rido, perché l’alternativa sarebbe piangere per lo stato della nostra giustizia. Ma ogni volta che succede, mi ricordo perché faccio questo lavoro. Non per dimostrare qualcosa a chi sta seduto su un catafalco. Ma per vincere la causa, prendere il mio cliente, e uscire da quell’aula sapendo che l’unico vero disabile, lì dentro, non ero io.



