Il tatuaggio non mente. La cravatta sì.

etica professionale avvocato. pier a casa dopo il pronto soccorso

Lunedì mattina. Un corridoio di casa, una caduta accidentale. Trauma cranico maxillo-facciale, tre punti di sutura sul mento, quindici giorni di prognosi. I medici del pronto soccorso mi guardano e mi dicono che devo restare in osservazione.

Ho firmato e sono uscito. Contro il loro parere.

 

La sera stessa ero di nuovo alla scrivania, a lavorare a cento all’ora. E oggi, venerdì, quattro giorni dopo, ero in camera di consiglio per un’udienza penale fuori Grosseto. Abito blu, camicia oxford, e un cerotto bianco sul mento che non si poteva nascondere.

pier vestito bene e incerottato

Perché l’ho fatto? Non per eroismo. L’eroismo è un’altra cosa. L’ho fatto per un motivo molto più banale e molto più serio: i miei clienti non aspettano. Il dolore fisico passa. Le loro preoccupazioni, la loro libertà, la loro vita, dipendono da me. Quando assumi la difesa di qualcuno, non c’è trauma cranico che tenga. O ci sei, o non ci sei.

E qui arriviamo al punto.

Qualche giorno fa, in uno dei tanti salotti virtuali dove si discute di giurisprudenza, qualcuno ha pensato bene di giudicare la mia affidabilità professionale basandosi sull’estetica. Hanno guardato i tatuaggi, hanno guardato l’abbigliamento fuori dall’aula, e hanno sentenziato: “Sembra un personaggio di Gomorra”.


Gomorra.


Lasciamo perdere l’ignoranza di chi confonde l’inchiostro sulla pelle con l’etica professionale. Il punto è un altro. Quelli di Gomorra non difendono nessuno in un’aula di tribunale. Quelli di Gomorra non firmano per uscire da un pronto soccorso con un trauma cranico perché hanno un’udienza penale da onorare.


Io sì. Con tre punti sul mento e quindici giorni di prognosi.


In ventotto anni di carriera forense, iscritto alla Cassazione, ho imparato una verità scomoda che molti colleghi faticano ad accettare: l’abito non fa l’avvocato. La cravatta non è garanzia di competenza, e un tatuaggio non è sintomo di inaffidabilità. Anzi. Spesso, tra politici, avvocati e manager, fanno molti meno danni quelli con i tatuaggi rispetto a quelli in giacca e cravatta. Il tatuaggio, almeno, non mente. La cravatta, molto spesso, sì.


I miei clienti lo sanno. Sanno che, con difficoltà e rallentamenti dove la pratica lo consente, io continuo a lavorare per loro. Sanno che non li lascio in mezzo al guado. E sanno che, se c’è da andare in udienza, io ci vado. Anche incerottato.


A chi mi giudica per l’estetica, lascio le chiacchiere da salotto. Io ho un’udienza da preparare. E quando toglierò i punti di sutura son certo che quel “dettaglio” mi renderà esteticamente ancora più “attraente e tenebroso”. Alla faccia di ogni inciampo.


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Pier

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