Uno gnomo tra due giganti.

Dorian Rocky con Pier e Carlo

C’è una foto che dice tutto. A sinistra c’è Dorian Rocky, un metro e novanta di ragazzo, capelli ricci e l’aria di chi ha appena capito come funziona il mondo. A destra c’è babbo Carlo, il sorriso di chi il mondo lo ha già visto tutto e ha deciso che, in fondo, non è poi così male. E in mezzo ci sono io. Uno gnomo tra due giganti.

Babbo Carlo se n’è andato due anni fa. Aveva quasi 85 anni, ma il giorno prima di entrare in ospedale era in spiaggia a fare il bagno nel suo mare. Quindici giorni dopo, con una dignità che non si insegna nelle scuole, ha chiuso gli occhi. Rocky, invece, quest’anno ha compiuto 18 anni. È il regalo più bello che la vita mi abbia fatto, anche se a volte la vita ha un senso dell’umorismo tutto suo.


Siamo tre generazioni di Angelini, legati da un filo rosso che non si è mai spezzato: il bisogno fisico di metterci alla prova. Lo sport è stato il nostro collante. Babbo Carlo era un mezzofondista, uno di quelli veri, che si era trasferito a Viareggio per preparare i campionati italiani assoluti. Io ho scelto il ring e i pesi, portando a casa quattro titoli europei. Rocky gioca a basket, dall’alto del suo metro e novanta. Tutti e tre abbiamo il DNA di chi non sa stare fermo.


Ma lo sport è solo la superficie. Sotto c’è molto di più.


Babbo Carlo era un uomo di altri tempi. Quinta elementare in un paesino di cento anime, una vita passata dietro il bancone di una farmacia, quando la laurea te la conquistavi sul campo, respirando l’odore dei medicinali. Non era un chiacchierone come me. Era uno che c’era. E quando il 30 dicembre 1969 sono nato io, e gli hanno spiegato che qualcosa era andato storto e che avevo una tetraparesi spastica, credo abbia semplicemente fatto quello che faceva sempre: si è rimboccato le maniche.


Per i miei primi vent’anni, babbo Carlo è stato le mie braccia e le mie gambe. Assecondava ogni mio volo pindarico, ogni mia follia. Sapevo di essere disabile, ma allo stesso tempo non me ne rendevo conto, perché lui non mi ha mai fatto pesare la differenza. Volevo andare all’università a Siena? Nessun problema: ogni giorno, da Grosseto a Siena in autobus, da solo. Volevo prendere un aereo e passare mesi negli Stati Uniti per scoprire il mondo? Vai. Non mi ha mai messo i bastoni tra le ruote. Il suo esserci, silenzioso e costante, valeva più di mille discorsi motivazionali.


Poi è arrivato il mio turno di fare il padre. Nel 2004 nasce Dorian Rocky. Un nome che è un compromesso, scelto con gioia insieme alla sua mamma, che oggi non è più mia moglie.


Educare un figlio è un mestiere complicato. Farlo da divorziato è un campo minato. E io, lo ammetto, ci ho messo un po’ troppo a capire come si cammina senza saltare in aria. Quando prendi atto di una nuova realtà, devi adattarti, ma io ho faticato a ingoiare il rospo. Fortunatamente, la mamma di Rocky ha sempre assecondato le nostre frequentazioni. Ma il momento della verità arriva sempre.


Per me è arrivato quando un ragazzino di 12 anni mi ha schiaffato in faccia la realtà: si era sentito trascurato quando aveva bisogno di me. È stato un boccone amaro. Amarissimo. Ma è stato anche il momento in cui mi sono svegliato, direi della mia rinascita.


Da quel giorno ho cominciato a macinare chilometri per ricostruire. Mi sono buttato nei suoi interessi. Abbiamo iniziato a coltivare passioni comuni. Chi capisce poco di pedagogia dice che il nostro rapporto è “troppo amichevole”. Io dico che stare con lui è una pacchia. È il mio “svuota frigoriferi” ufficiale. D’inverno studia, d’estate lavora. Cosa posso pretendere di più?


Oggi Rocky è un ragazzo educato — una battaglia vinta insieme alla sua mamma — che sembra chiuso, ma ha un mondo dentro. Basta farlo parlare. Ultimamente ha virato sulle materie umanistiche, e questo ci porta a lunghissime, infinite chiacchierate sulla politica, sulla giustizia, sulla letteratura, sulla storia internazionale contemporanea. Il resto lo lascio alla vostra immaginazione.


Io, lo gnomo, dovevo per forza essere piccolo per dimostrare che il valore di una persona non si misura in centimetri. Babbo Carlo me lo ha insegnato senza dire una parola. Rocky me lo ricorda ogni volta che parliamo seriamente.


Che incredibile, fottuta storia è la vita.


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Pier

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